UMANA. IL SOLE CHE CURA

di Filippo Simone

UMAN.A: i latini avrebbero esclamato "Nomen Omen", il destino nel nome!

 

L'associazione di volontari che ha sede nell'Hospice di Oncologia dell'ospedale Fatebenefratelli non ha bisogno di presentazioni: basta prendere l'ascensore, arrivare al terzo piano e lasciarsi accogliere dalla luce che entra dalle ampie finestre lungo i corridoi.

 

A dire il vero, la prima volta che io ci arrivai un paio d'anni fa ero orizzontale, sdraiato su un lettino proveniente da pneumologia e non in grado di apprezzare nè la luminosità nè altro. Non ero completamente lucido, reduce da un mese di cure antibiotiche e diuretiche intensive, ed arrivai nella stanza 1, un posto tranquillo per cominciare i miei cicli di chemioterapia, nella speranza di risollevarmi dalla situazione che sembrava, se non disperata, quantomeno grave.

 

Sì, sono un paziente, che ha avuto ben due privilegi: quello di conoscere e toccare la professionalità e il calore dei volontari dell'Humana, indispensabile complemento di medici ed infermieri del reparto. Il secondo privilegio ovviamente, trattandosi di un Hospice, è stato poterne uscire sulle mie gambe, e raccontarne l'esperienza. Sono ancora alle prese con il mio linfoma non Hodgkin, impegnato in terapie e andirivieni ospedalieri, ma con una riserva d'energia tutta nuova ed uno sguardo positivo a quello che mi aspetta dietro l'angolo: sarà stato tutto quel sole...

 

Sì perchè il mio mese di Hospice fu pieno di eventi e cambiamenti, dal primo all'ultimo giorno, ma soprattutto di sole. La prima mattina, fra analisi e medicazioni su un corpo semiimmobile ed un collo fasciato per le ferite aperte, fu inframmezzata da una donna, rubiconda e moretta dai capelli corti, che entrò a portarmi una rosa di quelle che coltivava nei balconi dell'Hospice: scoprii poi che quella volontaria si chiamava Enza, era la numero uno dell'Humana, e pian piano conobbi la sua gentilezza e la sua frenesia. Oggi è in pensione, ed io ancora stento a crederci, temo che a casa si annoierà mortalmente!

 

Con l'aiuto di OSS e volontari, lasciai il letto per sistemarmi su una poltrona che oggi definirei comoda, ma all'epoca sembrava piena di spine, anche con un cuscino dietro la schiena. Feci accostare la poltrona alla grande finestra, chiesi di sollevare le tapparelle ed iniziai a godermi tutto il sole che invadeva la stanza.

 

Furono quattro settimane in cui, uno dopo l'altro, conobbi quasi tutti i volontari, dal pittore Mariano che m'insegnò l'arte dell'acrilico, a Mirella, sguardo brusco e cuore d'oro, Enrica, la mente contabile del gruppo, Joanna, per la quale all'inizio avevo una riverenza enorme, che col tempo ho visto tramutarsi in affetto e fiducia. Poi Rosanna, Giulia e tante altre che ogni tanto allietavano la mattina o il dopo pranzo con caffè e biscottini.

 

Un pomeriggio all'improvviso, poi, arrivò lei. Io ero sulla poltrona col mio computerino, e vidi una donna bionda e alta, che educatamente chiese se poteva entrare. Lei tastava il terreno, io cercavo di capire se era l'ennesima gentilissima volontaria da conoscere, a cui rivolgere una piccola richiesta o qualche parola.

 

Invece Sylvia... si sedette di fronte a me e iniziò a parlare dei gatti della sua vita. Senza saperlo, mi aveva già conquistato. Da lì in poi la conoscenza diventò così piacevole ed arricchente da evolvere in amicizia; ci caratterizza il fatto che quando ci ritroviamo... non finiamo mai gli argomenti.

 

E' l'inizio di una lunga storia, durante la quale sono stato ricoverato più volte sia in Hospice che in Degenza Oncologica, dove ho conosciuto altri volontari e con molti di loro si è creato un rapporto di stima e amicizia.

Non so bene chi leggerà queste mie parole, forse pazienti a cui spero di regalare grammi di luce, o familiari che posso confortare garantendo loro: i vostri cari non potrebbero essere in mani migliori.

 

Io... non so se sono stato sempre un buon paziente, a volte mi risultava difficile imparare a farmi aiutare... penso a persone incontrate nei corridoi che mi offrivano fumetti, riviste, ed io rifiutavo perchè preoccupato di non approfittarne, anzichè sfruttare quel gancio per fare due chiacchiere che avrebbero aiutato entrambi. Dannato caratteraccio introverso che ho! Eppure... stare a contatto con l'Humana, affrontare sfide fisiche e psicologiche difficilissime, mi ha sensibilmente migliorato, perciò ho deciso di lasciare questa testimonianza.

 

Che possano leggerla in tanti, che possa servire a qualcuno.

 

- Filippo Simone -