“La vita è un’opportunità, coglila” (Madre Teresa di Calcutta)

 

 

 

Quando mi è stato detto per la prima volta che la mia malattia poteva rappresentare un’opportunità, ho pensato che oltre al danno si stesse aggiungendo la beffa.

Nel mio schema mentale il cancro è sempre e solo stato associato alla morte: ho visto andarsene mio padre così e qualche amico e nessuno mi è sembrato avere alcuna opportunità.

La prima reazione che ho avuto è stato un terrore cieco, sordo, una paura che non avevo mai provato prima e che mi sembrava paragonabile a quella di chi sta nel braccio della morte aspettando l’esecuzione della propria condanna, o a quella dei soldati in trincea. E poi la rabbia: perché a me? Non ho mai fatto niente di male, allora perché questa punizione? Continuavo a farmi domande, a colpevolizzare il fatto d’essere una persona troppo “infiammabile”, che si arrabbia troppo facilmente e che aveva permesso a questa rabbia di scavarmi dentro…. O forse la colpa era di tutti i dubbi che ho sempre, mai decisa su nulla, sempre tormentata da qualunque decisione dovessi prendere…. Ma certo la malattia di Giulia, la mia bambina, colpita da quella maledetta sindrome nefrosica, era stata un colpo tremendo, mi ero sentita dilaniata, colpevole di non averla protetta abbastanza e impotente per non poter far nulla per farla guarire, e poi in lotta con me stessa nel tentativo di accettare quella malattia e tutto ciò che comportava… Ecco cosa mi aveva fatto ammalare, certo.

O forse era solo destino.

Qualunque fosse la causa, bisognava ora affrontare la situazione e provare a combattere quel nemico oscuro, che non si vede e non si sente, eppure è lì. E’ dentro di te, come un alien, e tutte le volte che mi avvicinavo (e ancora mi avvicino)  ad uno specchio cercavo di scorgere un segno di quella che nel mio immaginario è una specie di terribile piovra nera e crudele, ma niente. Si nasconde bene.

Il primo passo è la chemio, un percorso che solo chi ha provato credo possa capire appieno. Avverto  una sorta di amore/odio nei confronti di quelle sostanze colorate, che potrebbero benissimo stare nell’antro di una strega,  anche carine a vedersi, ma che in realtà  sconquassano. Non solo. Sono strani intrugli che hanno reso “visibile” il male attraverso una mancanza totale: niente più ricci rossastri, neanche uno! Davvero uno strano mistero. Anche scomodo, non è semplice portare in giro una “crapa pelata”.

Eppure queste sostanze sono un’opportunità, un’opportunità reale, grossa, importante. Non a tutti è offerta: mio padre non l’ha avuta e nemmeno la mia amica Loretta. Io sì.

Perché? Ancora tutte  le mie domande, di fronte alla quali non riesco a fingere di nulla,  a  non dedicare un pensiero, o il tempo di una riflessione. Ed ecco, un’altra opportunità: tempo, un po’ di tempo non solo per combattere “il mio ospite” (come lo chiamiamo ormai confidenzialmente tra gli adulti di famiglia), ma anche per pensare. Da quanto non mi fermavo a pensare.

Pensare a cosa? Al fatto, per esempio, che nella disperazione della notizia ho sentito crearsi intorno a me una specie di cortina di ferro: quanta gente pronta ad aiutarmi, desiderosa di starmi vicino, quanti pensieri positivi, quante persone, anche lontane, magari da un po’ trascurate, che si sono fatte vive, che vogliono sapere, che fanno il tifo per me, che … mi vogliono bene! Che grande opportunità: rendersi conto di quanto affetto ci circonda. Anche tutto questo affetto deve voler dire qualcosa, deve avere senz’altro un significato positivo, si può trasformare in una carica positiva.

Mi serve un po’ da consolazione quando passo a pensare ad altro. A me, a chi mi sta più vicino, al mio modo di essere e di fare, a quello che sono, che ho fatto e che ancora faccio…. quante cose che non funzionano si trovano! Ma non c’è tempo per piangersi addosso e lasciare tutto invariato: è strano, quante volte avevo già fatto una sorta di “bilancio” della vita a seguito del quale, però, ero riuscita a modificare poco e non per cattiva volontà; è che ogni volta ho creduto  di avere tempo, tanto tempo e siccome ci sono sempre cose più impellenti e più urgenti da fare per la quotidiana sopravvivenza, che costringersi a cambiare, ho inconsciamente rimandato a “dopo” quello che in realtà era più importante. Forse è stata solo la paura di guardare in faccia alcuni nodi.  Ma così è andata.

 Per la prima volta ho avuto la chiara percezione, quasi come lo avvertissi col corpo, che l’unico tempo che abbiamo è quello di ADESSO. Niente passato: è lì, dentro a quello che siamo adesso, e tanto più niente futuro, o almeno non è garantito, non è scontato. Quindi è adesso che bisogna agire. Ho due bambine piccole e subito mi sono chiesta cosa avrebbero ricordato della loro mamma se me ne fossi andata così presto e mi sembrava che avrei lasciato loro soprattutto ricordi di un rapporto faticoso e un po’ “arrabbiato”, sempre di corsa con qualcosa da fare sempre prima… prima di loro. Ecco da dove partire per cambiare.

Ma quanta fatica! Bisogna vivere affrontando le cure e la paura, senza lasciarsi sopraffare dalla malattia e senza dimenticarsi che c’è, che è lì, perché fingere non ha mai eliminato i problemi; bisogna sorridere e continuare a credere che ce la si può fare, con la coscienza che anche il contrario è possibile; bisogna guardare i propri figli senza piangere e godere di tutti i momenti che passiamo con loro, anche quando siamo stanchi e avremmo voglia di silenzio e pace.

Bisogna affrontare anche le loro paure.

Cecilia, la mia piccolina, mi ha detto una sera che la sua mamma non poteva morire, perché le sue bambine erano troppo piccole e senza mamma si sarebbero perse. Vero mamma che tu non muori?

Certo Ceci, non muoio, non  adesso.

E la paura di Giulia, che non la lascia dormire, mai, perché se si addormenta perde il controllo e la sua mamma potrebbe sparire, non tornare più.

No, Giuli, non ti preoccupare, la mamma non va via, la mamma resta qua, per sempre.

E’ molto più facile affrontare la chemio o addirittura la propria paura del nulla…

Però lasciarsi andare alla disperazione non serve, non aiuta e soprattutto ruba del tempo a quanto d’altro si può fare, perché forse domani non ci sarò.

Paradossalmente, anche questa può essere un’opportunità, pesante da portare, ma sempre un’opportunità: la consapevolezza profonda che davvero siamo appesi ad un filo, ma non come si dice chiacchierando che “del doman non v’è certezza”. Quante volte abbiamo detto che oggi ci siamo, ma potrebbe caderci un vaso in testa e portarci via? E’ vero, per tutti, io potrei vivere molto più a lungo di qualcuno oggi sanissimo, non c’è dato di sapere. Ma con un tumore la coscienza che il nostro filo può spezzarsi da un momento all’altro viene scritta nel DNA. Ho letto che dal cancro non si guarisce mai, ce l’hai sempre, anche quando le cellule “mortali” sono sconfitte; è dentro l’anima che non passa mai, che  lascia un po’ “senza pelle”. Ma dà una sensibilità in più.

E mentre cammino in questo ginepraio  di pensieri ed emozioni mi accorgo che sto a poco a poco trovando un nuovo equilibrio, che non è proprio solido, ma che si va via via formando.

A volte mi sento un puzzle che qualcuno sta facendo su un tavolo un po’ traballante e  che ogni tanto finisce a terra, sparpagliando ovunque le sue povere tessere. Poi quel qualcuno raccoglie le tessere e ricomincia a metterle insieme e io so di essere sia quel qualcuno, sia la figura che si va ricomponendo. E piano piano  l’immagine riapppare, ogni volta un po’ diversa, e io sento che è giusto così, che è la strada giusta e soprattutto che non ne esiste un’altra. Non  so dove mi porterà, come finirà il mio percorso accanto alla malattia, ma so che è proprio il cammino che sto facendo ad essere importante, ad avere un valore, perché il DOPO, “quando sarà tutto finito, quando sarò guarita”, non solo non so se ci sarà, ma nemmeno so come sarà.

Mi viene allora in mente la poesia di Kavafis, “Itaca”:

 

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca

fa’ voti che ti sia lunga la via,

ricca di avventure, ricca di conoscenze.

…..

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

per via: nulla più ha da darti”.

 

Ecco, è il viaggio che ci dà valore, non la meta a cui arriveremo.

Non che non mi auguri di restare ancora molto a lungo tra i miei cari, ma vorrei proprio restarci al meglio e dare un senso a questo cammino, doloroso, ma molto ricco.

Non vorrei si pensasse, però, che io abbia raggiunto la pace e la serenità interiori, no, al contrario. Paure, dubbi, brutti pensieri restano, abbondanti, ricorrenti. E nemmeno che consideri la malattia una sorta di fortuna, no, tutt’altro, ne avrei proprio fatto volentieri a meno.

E’ che è arrivata, che c’è, non m’interessa nemmeno più sapere perché e da dove, e allora tanto vale salutarla appunto come un’opportunità, augurandomi di cuore che non sia l’ultima che la vita mi offrirà.

 

M.R.